Anziani: Una terra straniera
Articolo
Anziani: Una terra straniera
di Viviana Bonavita, Filomena Brescia e Simona Sacchi
Quaderni di Psicologia Clinica, Vol. XI, n. 1, 2023, pp. 111-118

Abstract
In questo lavoro ci si chiede quale sia la domanda degli anziani, che il senso comune si ostina a volere come bisognosi solo di assistenza, sicurezza, cure mediche. In realtà sono una terra ignota, una terra straniera, di cui si può sapere di più se non si rinuncia ad avere un rapporto con il loro vissuto. Dai resoconti degli interventi che verranno presentati, in particolare da un intervento presso una casa di riposo, appare invece evidente come possa essere atteso dagli anziani un rapporto in cui si possano esplorare le emozioni, riconoscendo la vitalità del mondo interno delle persone anche a tarda età. Il vissuto degli anziani non è solo depressione e anticipazione della morte; anche quando si pensa a quest’ultima, si può farlo in un modo molto emozionato e imprevedibile. Un altro intervento possibile è ricucire il rapporto tra le famiglie, gli anziani e i servizi a loro dedicati.
Una ricerca per avvicinarsi alla domanda degli anziani e delle loro famiglie
Presentiamo alcune esperienze di intervento effettuate con anziani, e in particolare un intervento presso una casa di riposo. L’obiettivo di questo scritto è la definizione di un’ipotesi psicoanalitica che consenta di leggere il rapporto tra anziani, contesto sociale, dimensione assistenziale. L’esordio di tali esperienze lo facciamo risalire a un’indagine che esplorava la domanda di potenziali clienti di un servizio per le famiglie che intendevamo avviare nello studio di consulenza psicologico clinica e psicoterapia, “Gradi di libertà”, dove lavorano due di noi. La ricerca non aveva come tema centrale gli anziani, ma sulla questione ha dato utili informazioni e ci ha poi permesso di fare interventi interessanti. Abbiamo chiesto a un gruppo di giovani adulti, con figli, di parlarci delle questioni familiari che stavano vivendo in quel momento e del loro rapporto con i servizi. Una questione trasversale alla cultura emersa, e rilevante per la questione anziani, è stata quella della non autosufficienza, identificata nei membri della famiglia bisognosi di aiuto, in particolare i figli piccoli o con disabilità, e i genitori anziani con problemi di autonomia.
La non autosufficienza è un problema centrale per la famiglia, che motiva al rapporto con i servizi. Il rapporto con i servizi che potevano occuparsi di un anziano che aveva perso le capacità di autonomia era apparso come molto ambivalente: il vissuto provato verso quelli “reali”, che li avessero sperimentati o meno, era in larga misura di diffidenza; i servizi “ideali” si desiderava che fossero esperti, affidabili, ma soprattutto sostitutivi. Si volevano servizi a cui affidare i propri familiari, delegando loro un’assistenza e una cura che dovevano essere né più né meno di ciò che gli anziani avrebbero avuto a casa loro. I servizi dovevano fare ciò che avrebbe fatto la famiglia, ma che la famiglia non poteva fare. Non c’era l’idea di una competenza propria dei servizi, diversa da quella familiare. In altri termini, si pensava che affidare i propri anziani ai servizi si dovesse fare solo quando la famiglia non poteva più occuparsi di loro, ma che gli anziani non avrebbero potuto trovare niente di meglio, si doveva solo verificare che non si trovassero troppo peggio che in famiglia.
Teniamo presente che nella cultura italiana la famiglia che si occupa dei membri non autosufficienti sono le donne della famiglia, che questo compito viene proposto dalla cultura prevalente come un ovvio dovere, che non assumerlo equivale a eluderlo e sentirsi colpevoli di averlo fatto, e che lo Stato incoraggia le donne a incaricarsene più che creare servizi perché si possa fare affidamento su quelli (Saraceno, 2017). Il dato di ricerca che vedeva prevalere la cultura della delega sembrava dire: non potrà occuparsi dei nostri membri non autosufficienti che una copia conforme della madre, della figlia, che per un qualche motivo non può farlo in prima persona.
In maniera meno rilevante, ma presente in una delle culture emerse, c’era un’alternativa alla delega sostitutiva. Questa alternativa consisteva nell’esigenza di essere aiutati a sviluppare le risorse della famiglia nell’occuparsi della non autosufficienza; risorse che potevano anche essere non immediatamente visibili, ma da rintracciare e potenziare. In questo caso ci si aspettava che i servizi avessero anche competenze diverse da quelle della famiglia stessa. Ad esempio, competenze per capire i problemi e come affrontarli, per esempio il nuovo problema che viene a crearsi quando un anziano diventa non autosufficiente e non si hanno risorse interne alla famiglia per occuparsene. Questa cultura offriva l’opportunità di cogliere una domanda per noi interessante da parte delle famiglie di cui volevamo occuparci.
Quando siamo intervenute in una casa di riposo, abbiamo visto come quanto si fa per gli anziani possa essere volto soprattutto a garantirne la sopravvivenza, a rispondere ai loro bisogni primari e a effettuare le eventuali terapie; in questo caso, la casa di riposo è un sostituto della famiglia nell’assistenza e nella cura, ma senza attenzione alla vita relazionale ed emozionale degli anziani. Questo incentiva il già presente senso di colpa della famiglia e la diffidenza nei confronti della casa di riposo. Allo stesso tempo è possibile – abbiamo potuto sperimentarlo anche con il nostro intervento – che entro la casa di riposo si vedano e si potenzino alcune risorse se ci si accorge della vita affettiva dell’anziano e si aiutano l’anziano e la famiglia a riconoscerla e recuperarla anche entro cambiamenti “stravolgenti”, come l’insorgere di deficit invalidanti e lo stesso ricovero in casa di riposo.
Dopo aver effettuato la ricerca, ne abbiamo utilizzato i risultati proponendo ai partecipanti incontri in piccoli gruppi in cui poter parlare a partire dai dati emersi. Al di là di quanto rilevato nella discussione dei gruppi, vogliamo ricordare un dato riguardante la modalità di partecipazione. Hanno risposto all’invito di discutere i dati esclusivamente delle donne, anche se tra gli intervistati c’erano mariti, padri e figli. Questa presenza (e questa assenza) ribadisce quanto le questioni della cura, nella cultura della famiglia, siano ancora sentite come una questione prevalentemente femminile. Al tempo stesso, le donne partecipanti ci hanno detto di sentire quegli incontri come un “lusso” rispetto alle incombenze della routine familiare, incluso il lavoro di cura e assistenza, che sembra non aver bisogno di manutenzione, confronto, discussione, conoscenza di problemi, ma solo di dedizione continua. Abbiamo fatto l’ipotesi di una domanda tutta da costruire, e anche di un difficile desiderio di uno spazio per sé, vissuto però come minacciante le identità e gli equilibri familiari, fondati su dinamiche di rapporto doverose e obbliganti.