Oltre l’istituzione totale? La testimonianza di Carlotta Baldi sull’ospedale psichiatrico di Leros
Presentiamo qui un’anteprima dell’articolo
di Carlotta Baldi & Agostino Carbone
Beyond the Total Institution? Narrative Testimony from Leros Psychiatric Hospital Deinstitutionalization (1990–1995) and the Persistence of Institutional Violence in Contemporary Europe
Introduzione
Trent’anni dopo Leros: siamo davvero oltre l’istituzione totale?
L’Europa, e gran parte del mondo, è stata profondamente colpita dalla rapida recrudescenza della violenza istituzionale, da processi sistematici di spossessamento e dall’emergere di dinamiche di oppressione che sembravano definitivamente consegnate alla storia. Il ritorno della guerra sul suolo europeo, la proliferazione dei campi di detenzione per migranti, la normalizzazione della violenza contro le popolazioni vulnerabili attraverso giustificazioni amministrative, tecnocratiche o falsamente terapeutiche—questi sviluppi hanno profondamente sorpreso e disorientato coloro che ritenevano che alcune conquiste storiche del ventesimo secolo fossero irreversibili, che l’arco del progresso si piegasse inesorabilmente verso una maggiore umanità, che la chiusura dei campi di concentramento e degli ospedali psichiatrici avesse chiuso il capitolo degli orrori storici e che avesse risolto questioni fondamentali su come le società dovrebbero trattare coloro che sono resi marginali, dipendenti o semplicemente scomodi. Ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi rivela amaramente che abbiamo frainteso le trasformazioni della fine del ventesimo secolo (Paniccia, 2025).
L’esperienza della chiusura di alcuni manicomi in Europa, effettivamente acquisita e celebrata come un risultato scientifico e un importante esito nella promozione dei diritti umani, sembrava aver apportato un contributo indelebile e incisivo ai dibattiti sul rapporto tra sofferenza mentale e povertà, tra patologia individuale e responsabilità collettiva, tra intervento terapeutico e controllo sociale. Le narrazioni progressiste, tra cui in particolare i resoconti dei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti (Levi, 1986), suggerivano che avessimo appreso le lezioni della violenza istituzionale, che la traiettoria del progresso conducesse necessariamente dal contenimento custodialistico verso l’integrazione comunitaria, dalla coercizione verso il trattamento volontario.
Oggi ci rendiamo conto che il rapporto tra sofferenza mentale, povertà ed esclusione non è mai stato definitivamente risolto, ma soltanto spostato. Laddove i manicomi concentravano la gestione delle popolazioni indesiderate in monumenti architettonici visibili, le società contemporanee distribuiscono tale funzione attraverso siti dispersi: centri di detenzione per migranti, strutture per anziani con supervisione minima, unità psichiatriche forensi, gestione farmacologica del disagio infantile, trattamenti psichiatrici involontari, criminalizzazione della senza dimora attraverso categorie diagnostiche che trasformano la povertà in patologia individuale. La violenza è stata normalizzata, integrata in sistemi sanitari e di welfare che si presentano come risposte umane ai bisogni piuttosto che come meccanismi di gestione di popolazioni rese superflue dal capitale (Butler & Athanasiou, 2013; Rose, 2019).
Le evidenze si accumulano. Nei Centri di detenzione per il rimpatrio europei, i migranti sono imprigionati indefinitamente in condizioni degradanti (Campesi, 2015). I trattamenti psichiatrici involontari sono aumentati in modo significativo. Durante la pandemia di COVID-19, l’Italia ha esteso il trattamento sanitario obbligatorio a giovani e adolescenti in crisi acuta, segnando un allontanamento dai principi della Legge n. 180/1978 (nota come Legge Basaglia) (Carbone & Knapp, 2023; Knapp et al., 2011). La contenzione meccanica continua a essere praticata in molti reparti psichiatrici nonostante la condanna internazionale (Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, 2020). Le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza replicano dinamiche di confinamento che avrebbero dovuto essere superate (Peloso & Martinelli, 2020).
Si è verificato uno spostamento dalla visione basagliana, che concepisce la salute mentale come un diritto personale e un processo di emancipazione all’interno di un quadro sociale e politico, verso una ri-medicalizzazione che seleziona gli utenti sulla base di criteri diagnostici ristretti (Carli & Paniccia, 2011). Nel contesto italiano, i servizi di salute mentale hanno adottato una cultura diagnostica che privilegia l’intervento farmacologico per i casi gravi certificati, escludendo ampi segmenti della popolazione che sperimentano sofferenza psicologica ma non raggiungono la soglia della “malattia mentale grave” (Di Ninni et al., 2014; Di Ninni & Giovagnoli, 2024).
I manicomi sono stati chiusi, ma i servizi territoriali operano secondo logiche sempre più selettive ed escludenti, riproducendo in forma dispersa la funzione di grave abbandono che caratterizzava le istituzioni manicomiali. Questi fenomeni costituiscono manifestazioni di ciò che Butler e Athanasiou hanno teorizzato come spossessamento, ovvero la produzione sistematica, da parte del capitalismo neoliberale, di popolazioni private di diritti e mezzi di sussistenza, popolazioni la cui sofferenza è gestita attraverso un apparato istituzionale che traduce la violenza strutturale in patologia individualizzata e necessità terapeutica (Butler & Athanasiou, 2013).
Ciò che Goffman ha analizzato come la capacità dell’istituzione totale di mortificare il sé (Goffman, 1961) non è scomparso, ma si è normalizzato e disperso. Ciò che Foucault ha identificato come la funzione del manicomio nella produzione di popolazioni docili persiste in forme raffinate—interventi farmacologici, sorveglianza digitale, categorie diagnostiche che estendono la giurisdizione psichiatrica a domini sempre più ampi (Foucault, 2006).
Nonostante la centralità di queste questioni nel nostro presente, la tragica storia delle deportazioni e delle istituzionalizzazioni sull’isola di Leros (Grecia) rimane poco raccontata, confinata a ristretti circoli di specialisti. Questo silenzio non è accidentale. Le storie di trasformazione radicale disturbano le narrazioni rassicuranti del progresso graduale, rivelano la persistenza della brutalità, espongono le complicità—economiche, professionali, territoriali—che sostengono la perpetuazione dei sistemi di confinamento.
Queste dinamiche si intrecciano con quadri teorici più ampi sulla biopolitica e il potere sovrano (Agamben, 1998), la gestione delle popolazioni sfollate attraverso la governance umanitaria (Papada et al., 2019), l’esclusione sistemica dei gruppi vulnerabili (Hopper, 2003), la crisi istituzionale durante il COVID-19 (Trabucchi & De Leo, 2020) e gli imperativi di trasformazione globale della salute mentale (Kestel et al., 2022, 2025).
La testimonianza di Carlotta Baldi, psichiatra triestina che ha lavorato alla chiusura del manicomio infernale di Leros, rappresenta una necessità politica urgente: preservare la memoria di come una delle forme più estreme di violenza istituzionale sia stata affrontata, e rendere tale memoria capace di interpretare e mettere in discussione le aberrazioni del presente.