Quasirecensioni | “La nazione delle piante”
A cura di Daniele Faro
Vorrei parlarvi de La nazione delle piante di Stefano Mancuso edito da Laterza: un libretto di 130 pagine che ho ascoltato mentre trasformavo il mio bilocale in una piccola foresta. L’idea è semplice: pensare le piante come una nazione con una Costituzione in otto articoli che tutela la comunità delle specie più dell’individuo, a differenza delle nostre carte. Ogni capitolo sviluppa un articolo con esempi che spostano lo sguardo e ci aiutano a ripensare le relazioni sociali e i nostri sistemi di convivenza.
1) Le piante, al contrario degli animali, non costruiscono organizzazioni gerarchiche. Piante e animali sono il risultato di due vie evoluzionistiche differenti: le piante, grazie alla loro prodigiosa capacità di fotosintesi, non hanno bisogno di spostarsi alla ricerca di cibo. Gli animali, per nutrirsi, sono costretti al movimento. Essere radicati al suolo implica che non sia possibile fuggire di fronte ad una minaccia. Tutto ciò ha delle conseguenze profonde: le piante non hanno organi vitali che, una volta danneggiati, ne causano la morte. Ciò che negli animali è concentrato in organi come polmoni, cuore o occhi, nelle piante risulta distribuito: vedono, sentono o respirano con tutto il proprio corpo. Se una parte di una pianta viene danneggiata, questo non compromette la sopravvivenza di tutto l’insieme, come invece succede negli animali quando il cuore o il cervello ricevono danno. L’esperienza corporea dell’animale, fatta di organi centrali e di vulnerabilità localizzate, è diventata per noi un modello implicito. Molte delle nostre organizzazioni — dalle aziende ai governi — si ispirano a questo schema centralizzato.
Mancuso propone la velocità di decisione come l’unico vantaggio delle organizzazioni centralizzate rispetto a quelle diffuse. Tramite un capo, un consiglio direttivo, un’autorità, si risolve il problema di prendere decisioni rapidamente, come a volte la realtà richiede. Il tema sollevato tocca al cuore il nostro modo di funzionare come società.
2) La legge della Giungla: l’idea di come funzionino le relazioni in natura è in genere basata sulla credenza che valga la legge del più forte. Si tratta dell’idea che la selezione naturale favorisca gli esemplari più forti, coloro i quali si conquistano il diritto di possedere risorse in virtù delle loro capacità. Questa visione della natura, come un’arena di scontri all’ultimo sangue, è una distorsione della teoria dell’evoluzione di Darwin. Questa parla di sopravvivenza del più adatto. La parola adatto fa riferimento a un contesto, e per questa ragione Darwin non redige mai una lista delle caratteristiche che deve possedere – in assoluto – il più adatto. La formula della “sopravvivenza del più forte” ha legittimato forme di competizione e gerarchia, in ambito sociale, economico e perfino genetico.
Ma già alla fine del 1800 Peter Kropotkin, filosofo e naturalista anarchico russo, descriveva il mutuo appoggio come fattore competitivo decisivo affermando che cooperare è evoluzionisticamente conveniente. Mancuso mostra che la cooperazione è iscritta in profondità nella storia della vita: dalle simbiosi che hanno generato le cellule eucariote, quelle di piante e animali, alle reti piante–funghi–animali. Organismi semplici che, unendo i propri destini, danno vita a nuovi e più complessi organismi la cui funzionalità è infinitamente superiore alla somma delle componenti.
Ma la cooperazione non esclude il conflitto, e mentre rileggo oggi questo testo scritto in primavera, la mente va a Gaza: una flottiglia civile viene fermata in acque internazionali, il suo equipaggio trattenuto. Non è possibile parlare di mutuo appoggio e cooperazione senza sentire la dissonanza con i rapporti di forza che regolano la convivenza tra le nazioni umane, dove la legge del più forte sembra continuare a imporsi senza pudore. L’iniziativa della Flotilla è un’alleanza di mutuo appoggio che si scontra con un diverso tipo di alleanza, basata su interessi avidi. L’asimmetria di potere è schiacciante, ma essa non è un destino, è un assetto che tenta di naturalizzare il primato del più forte, proponendo di sentirsi impotenti. Senza facili soluzioni, penso alle foreste: non prevalgono per scontro frontale ma mettendo radici in ogni direzione, moltiplicando legami. Per loro il mutuo appoggio è infrastruttura di sostegno distribuita: più nodi, tutela per chi si espone, assenza di centro.
Ma allora perché le piante di solito sembrano così poco interessanti? Forse non possiamo davvero vedere una pianta come interessante finché siamo alle prese con problemi di sopravvivenza e di collocamento dentro l’avventura della vita. D’altro canto è vero il contrario: finché per un motivo o per l’altro siamo così concentrati su noi stessi, l’esperienza dell’altro ci resta preclusa, che si tratti di persone, animali, piante o del pianeta stesso. Il mondo diventa inerte, scenografia. Penso al vissuto di sentirsi soli che spesso si incontra nella pratica clinica. Sentirsi soli come una difficoltà nell’occuparsi di rapporti, di desideri propri e altrui, inclusi quelli di animali e piante. E allora forse “la gattara” o gli amanti degli alberi – penso alla storia di Julia Hill, ambientalista e scrittrice statunitense, che ha trascorso 738 giorni sui rami di una sequoia secolare per impedire che venisse abbattuta -, possono smettere di essere sinonimo di una relazionalità di serie B.
Infine, la questione più controversa. Ho omesso di dire che Stefano Mancuso è un neurobiologo, che parla con rigore di intelligenza vegetale distribuita. Affermare che le piante siano in grado di soffrire, di desiderare luce, scientificamente parlando sarebbe scorretto, un sentimentalismo. Intelligenza non implica necessariamente coscienza, e ad oggi questa differenza ci è diventata molto chiara interagendo quotidianamente con le IA. Eppure Mancuso sembra fare il tifo per la possibilità che le piante siano prima o poi riconosciute dalla comunità scientifica come esseri senzienti. Il suo lavoro ci aiuta a pensare quanto i nostri strumenti concettuali siano in grado di riconoscere o meno forme di coscienza che non assomiglino alle nostre. Il rischio è quello di dichiarare inesistente ciò che non si riesce a vedere. Il dibattito al riguardo è vivace. Magari fa sorridere, ma nel 2012 il Cambridge Declaration on Consciousness ha affermato che gli animali non umani sono esseri coscienti:
“L’assenza di una neocorteccia non preclude la possibilità di provare stati affettivi”.
Questa dichiarazione ha senso entro l’ipotesi che la coscienza sia una proprietà emergente di un sistema nervoso complesso come quello umano. Il nesso di causa-effetto tra cervello e coscienza è un’ipotesi diffusa nel dibattito in corso, ma non dimostrata. Dove abbia sede la coscienza, è una delle questioni più affascinanti del nostro secolo. Nel frattempo sappiamo da secoli che per sentirsi in relazione profonda con qualcuno o qualcosa non è affatto necessario che entrambi siano intelligenti, o coscienti, o viventi o perfino reali, pertanto, in attesa di sapere cosa sia la coscienza per la scienza, buon arte della relazione a tutti.


Postscriptum
Questa quasirecensione è stata pubblicata per la prima volta in SPCC Newsletter #3
Le quasirecensioni sono commenti e riflessioni su prodotti culturali – letteratura, musica, teatro e altro, che ci sostengono nel lavoro di comprensione delle culture che animano la relazione sociale. Ne abbiamo parlato più approfonditamente qui.
Sull’autore: Daniele Faro è psicologo e psicoterapeuta, socio di SPCC.