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Quasirecensioni | “Metadietro”

A cura di Eleonora Ponzetti

Con questa Quasi Recensione vi porto allo spettacolo Metadietro di Flavia Mastrella e Antonio Rezza, andato in scena al teatro Vascello di Roma tra dicembre 2025 e gennaio 2026. Al momento della scrittura di questo testo lo spettacolo viene rappresentato in altri teatri d’Italia e tornerà ad essere proposto in futuro. Sono da anni un’appassionata di teatro – che pratico in un laboratorio amatoriale – e del lavoro degli autori. Rezza e Mastrella propongono attraverso i loro spettacoli un’indagine creativa e critica della realtà con uno stile distintivo, spingendosi dentro una pluralità di temi.

Un paio d’anni fa al termine di una loro rappresentazione, Antonio Rezza invitava il pubblico a partecipare alle “prove aperte” del nuovo lavoro, Metadietro. Incuriosita dalla proposta e desiderosa di approfondire il loro metodo, ho deciso di partecipare. Le prove aperte riguardano spettacoli non ancora ultimati, in cui gli autori iniziano ad incontrare il pubblico e a verificare la tenuta, i tempi e un primo impatto della messa in scena. Il teatro in cui sono finita, insospettabilmente, in una zona industriale sulla via Pontina, era accogliente. C’era un clima curioso e rigoroso tra il pubblico. Ricordo battute scambiate velocemente con persone di diverse età, anche loro interessate alla proposta, intimoriti dalla possibilità di essere “messi in mezzo”, come tipico dello stile in particolare di Rezza, e insieme desiderosi di partecipare.

Le prove aperte sono state coinvolgenti. Mentre la rappresentazione avanzava, ho visto emergere il mondo che ci circonda: siamo alla deriva, naufraghi alla ricerca di nuovi punti di orientamento. In questo luogo distopico, dove l’evoluzione tecnologica paventa un futuro ignoto, l’avanzata dell’umanità nello spazio non coincide con il progredire della civiltà e le guerre si susseguono, insieme al naufragio dei migranti sulle nostre coste. Mi sono chiesta: come ci occupiamo dei contesti e degli affetti con cui conviviamo oggi, che spazio c’è per la conoscenza e per l’intimità?

Le opere di Rezza e Mastrella, sono spazio d’incontro tra la performance teatrale e l’arte contemporanea: non c’è una linearità di trama. Per quanto riguarda Metadietro quindi, vi proverò a dare qualche riferimento sullo spettacolo, necessariamente più con l’intento di incuriosire che di spiegare.

Entrando a teatro, la scena si apre su una struttura di tessuti tenuta da bracci mobili. Accompagnerà i due protagonisti, Antonio Rezza e Daniele Cavaioli. Nella struttura compare dapprima Antonio Rezza nelle vesti di un ammiraglio la cui imbarcazione e il cui equipaggio sono alla deriva. Non ne tenta il salvataggio, chiacchiera, intrattiene, lascia che la nave affondi, che i suoi finiscano in mare perché: «l’ammutinamento è sempre auspicabile in un organismo sano». Questo augurio mi ha suggerito la possibilità di una frattura vitale, la legittimazione a partire alla volta dell’ignoto. Nel viaggio di Rezza e Cavaioli non c’è un comodo approdo. Non c’è un comodo approdo nemmeno nelle rotture, negli strappi conflittuali necessari a traguardare identità e rapporti maggiormente desiderabili rispetto alle prescrizioni in cui ci possiamo rifugiare. Quello degli attori è il viaggio di un “Ulisse bi-fronte”: Antonio Rezza dispone in modo preciso e performante il da farsi. Daniele Cavaioli ne segue trasognante la scia, mettendo in risalto la necessità di un contraltare impreparato, dubbioso e incerto rispetto alle vicende che insieme attraversano. Nell’ingresso di Cavaioli un’eco a più riprese insiste: “Sarà vero amico?”. Una ripetitività che coglie la diffidenza e la fatica di decifrare il rapporto con un altro essere umano. Ci troviamo davanti a una coppia affiatata e conflittuale che esprime insofferenza e desta simpatia. I due, grazie agli Habitat1 di Flavia Mastrella, si spingono fin nello spazio per conquistarne i pianeti, ma senza portare con loro alcuna civiltà. La navicella-tenda ospita la loro convivenza bizzarra e sconclusionata, infantile e poetica: indimenticabili i piedi lasciati all’addiaccio da Cavaioli, i disastrosi tentativi di giocare a carte che si scontrano con l’ottusità dell’altro o Rezza che rompe l’impegno di ammirare le stelle sdraiato sul palco con un: “peccato solo per il soffitto” che svela la finzione su cui eravamo tutti d’accordo: si pensava insieme a guardare le stelle chissà in quale parte dell’Universo. Romantico anche il silenzio di Cavaioli che rompe con la velocità della voce di Rezza e dei suoi monologhi; il silenzio di Cavaioli rimbomba anche con gli scambi tra Rezza e le voci registrate che incarnano personaggi persecutori che si spintonano con rimproveri e litigi. Si può cogliere, in quel silenzio e nella sospensione dalla frenesia, un ritorno all’intimità.

Il pubblico partecipa a quanto avviene, è un prolungamento del palco. L’intera sala partecipa allo spettacolo. Anche se il dilemma appena delineato sul palcoscenico è rappresentato come proprio degli attori, si viene sottratti alla propria posizione passiva di spettatori. C’è un’interessante sovrapposizione tra crisi dell’individuo e crisi della collettività: si sta tutti sulla stessa barca sgangherata, senza saper bene dove dirigersi. Dalle prove aperte prima allo spettacolo poi, ho provato un’emozione di divertimento nella precarietà.

Penso alle persone che incontro nel lavoro clinico.

Quando vi incontro, mi parlate di un senso di smarrimento: cos’è la famiglia? Come posso parlare di chi sento di essere? Che rapporti mi tengono a galla? Cos’è il futuro? Parliamo insieme del vissuto di assenza di bordi a cui tenersi. I bordi sono i rapporti, gli amici, i genitori che si scelgono o che ci capitano, le relazioni significative con cui sentiamo di essere in dialogo, anche conflittualmente. I rapporti di cui parliamo spesso si muovono nel controllo: l’aspettativa “degli altri” diventa una sentenza che permette di non chiedersi più cosa ci si fa qui, oggi, con gli altri. Come far esistere desideri d’identità innovativi e autentici? Ci diciamo che l’omologazione funziona perché salva dalla precarietà di trovare un’alternativa alla crisi dei rapporti, a metterci la faccia, proponendo un’identità emotiva a volte inattesa dai contesti di provenienza. Metadietro dialoga con questi temi e offre la possibilità di mettere a fuoco, in uno spazio pubblico, la costruzione di spazi creativi in cui emozionarsi e pensare insieme. Ci guardiamo dal risolvere conflitti o proporre soluzioni, ma possiamo rendere espliciti vissuti, alimentare linguaggi, evocare prospettive, divertire. Da Metadietro possiamo farci ispirare.

1 Gli habitat sono luoghi, strumenti, evocazioni di spazi che originano da oggetti per lo più semplici: drappi, tessuti bucati, aste, tendaggi, elastici. Questo insieme di oggetti, sul palcoscenico, ricrea o suggerisce luoghi mai nettamente definiti. Si tratta di dispositivi trasformabili, giocabili a seconda delle esigenze di scena. Il tendaggio con i bracci, presente in scena all’apertura dello spettacolo è inizialmente una nave, diventerà poi canoa, navicella spaziale, tenda nel corso della rappresentazione.

Sull’autrice: Eleonora Ponzetti è psicologa e psicoterapeuta, socia di SPCC.

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