Come nasce la Società di Psicoanalisi delle Culture e della Convivenza | Intervista
Nella Newsletter #1, un’intervista di Nicola Lupo e Lorenzo Maria Ottaviani a Fiorella Bucci ripercorre la storia e gli inizi del percorso scientifico e associativo di SPCC
Ne pubblichiamo qui un estratto.
NL: Bentrovati, oggi ci ritroviamo con la presidente della Società di Psicoanalisi delle Culture e della Convivenza Fiorella Bucci. Psicologa clinica e psicoterapeuta con specializzazione in psicoterapia psicoanalitica. Il suo percorso professionale è stato caratterizzato dall’unione fondamentale tra lavoro clinico e ricerca. Vive e lavora tra il Belgio e l’Italia. È specializzata nei problemi di integrazione di persone e famiglie con background di mobilità internazionale. Docente presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica SPS (Roma, Italia). I suoi principali ambiti di ricerca attualmente sono: le nuove domande di intervento psicologico connesse a una società multiculturale, ai fenomeni della migrazione e della mobilità internazionale all’interno dell’Europa e tra l’Europa e altre aree del mondo; il cambiamento delle forme e dei significati culturali del lavoro, con particolare attenzione alla relazione politica tra giovani e lavoro; l’Analisi Emozionale del Testo, come metodologia di ricerca psicoanalitica e per l’intervento psicosociale; la rappresentazione culturale della malattia mentale nei paesi europei e in Giappone. Passo la parola al mio collega.
LMO: Può raccontarci come è stata fondata SPCC e con che scopi?
FB: Vi ringrazio di questa iniziativa che sprona a confrontarci tra noi sul senso della nuova società che abbiamo avviato, a condividerlo e a pensarci insieme. Partirei dalla parola “Presidente”. La mia emozione rispetto a questo ruolo è la seguente:
Ho assunto questa carica con felicità nel Consiglio Direttivo; dovevamo darci dei ruoli che ci aiutassero a sostenere le complesse funzioni di coordinamento che stiamo avviando e anche sperimentando. Allo stesso tempo, il mio sentimento di questa società e della sua istituzione, della sua novità, dell’interesse che riveste per noi che l’abbiamo fondata, ma spero anche per altri che si uniranno nel tempo, sta proprio nella forza propulsiva delle relazioni da cui scaturisce. Qui introduco una parola chiave che è presente nel nome che ci siamo dati, come ora Nicola ricordava: Cultura e Convivenza.
Parlo di relazioni. SPCC è il frutto dell’iniziativa di un gruppo di colleghi con i quali ho condiviso il desiderio di fare qualcosa per far conoscere, e anche noi conoscere ulteriormente, il lavoro di una comunità professionale a cui sentiamo di appartenere, della quale anche voi fate parte.
SPCC nasce da questo, dal desiderio di prendersi cura e di coltivare l’appartenenza a una comunità professionale; appartenenza che sentiamo strettamente fondativa della competenza stessa che questa comunità esprime e a cui fa riferimento.
Quindi le due questioni vanno assieme, relazioni e competenza. E qui sto già dicendo un modello della psicologia e dell’intervento anche psicoanalitico.
Cos’è questa comunità a cui mi riferisco? Mi riferisco all’ormai vasto gruppo di professionisti che in Italia, e come avete detto parlando della mia storia, anche all’estero, sicuramente in Europa, non so se siamo anche al di là del perimetro europeo, lavora seguendo l’orientamento e l’insegnamento di Renzo Carli e, più ampiamente, del gruppo di ricerca e professionale che nel corso degli anni ha elaborato un modello importante nella storia della psicologia clinica italiana che è noto come analisi della domanda. Lo nomino confidando nel fatto che sia conosciuto. Ora il lavoro di Renzo Carli – psicoanalista, ordinario di psicologia clinica all’Università La Sapienza di Roma, per indicare uno dei più recenti centri del suo lavoro accademico; fondatore dello Studio di Psicosociologia SPS e poi direttore al suo interno della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica – ha avuto un ruolo chiave e seminale per la psicologia in Italia.
Insieme ad altri — Rosa Maria Paniccia in primo luogo e un vasto gruppo di ricerca costituitosi nel tempo, comprendente numerosi colleghi e allievi, sino a noi — Renzo Carli ha delineato, nel corso degli anni, i fondamenti teorici e metodologici di quella che sarebbe poi diventata la psicologia clinica italiana. Ci tengo a sottolinearlo: è stato uno dei contributori fondativi di quest’area della psicologia, come disciplina accademica e come ambito professionale.
Parliamo di un lavoro che prende avvio già negli anni ’60, con alcuni assi di ricerca fondamentali che si sviluppano negli anni ’70, e che trova piena articolazione a partire dai primi anni ’80. È proprio in quel periodo che, grazie a questi contributi, la psicologia clinica – con notevole travaglio – comincia a prendere forma in Italia.
Pensate che in alcuni Paesi, come ad esempio il Belgio, la psicologia clinica ha cominciato a strutturarsi come ambito professionale, al di là del solo percorso universitario, solo molto recentemente. In Italia, il contributo di Renzo Carli fu fondamentale in tale direzione: nel 1982, lui, Mario Bertini e Renzo Canestrari, crearono la Rivista di Psicologia Clinica (oggi alla sua terza edizione). Carli, da subito, propose una visione ben precisa: la psicologia clinica è una scienza della relazione.
Non curiamo la psicopatologia, la malattia mentale intesa conformemente al modello psichiatrico. La psicologia interviene entro l’area della relazione tra la persona e il contesto, in particolar modo lavorando su quella trama di significati, culturalmente costituita, che fa da dimensione organizzativa del contesto dei rapporti sociali, di ciò che sentiamo, di ciò che pensiamo, di come ci mettiamo in relazione gli uni con gli altri. Processi di simbolizzazione e codici culturali all’interno dei quali c’è una componente emozionale inconscia, molto importante, per l’esplorazione della quale possiamo avvalerci di categorie e modelli psicoanalitici.
Arriviamo così alla psicoanalisi come base teorico-metodologica importante dell’intervento psicologico-clinico, secondo il modello dell’analisi della domanda.
Di qui la fondazione di SPCC.
Negli anni, Renzo Carli, Rosa Maria Paniccia e il gruppo di ricerca prima all’università, La Sapienza, nel Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica, e poi successivamente in SPS e in numerosi altri centri entro cui questa componente della competenza psicologica italiana procede, hanno dedicato tantissimo lavoro e impegno alla formazione. Di qui il costituirsi di una grande comunità di professionisti, cui partecipiamo con molta gratitudine. L’avventura formativa che abbiamo condiviso è stata un’avventura bellissima.
Abbiamo scoperto una psicoanalisi capace di una curiosità intellettuale, di una vivacità, di un interesse di ricerca verso l’esplorazione della contemporaneità, che ha ben inscritto in noi il desiderio di lavorare psicoanaliticamente. È per questo che, dopo che Renzo Carli recentemente ci ha lasciato, e dentro un passaggio generazionale significativo che stiamo affrontando, ci siamo detti: “Facciamo qualcosa che ci aiuti a riunire le forze professionali che si riconoscono in questo orientamento e vediamo quale dimensione la nostra comunità ha assunto, quali diramazioni, articolazioni, come stiamo lavorando”. Interessiamoci delle novità metodologiche e politiche che stiamo conoscendo nei vari territori, nei diversi contesti del lavoro. Dunque, SPCC nasce con questa chiave di desiderio e anche di interpretazione di un bisogno associazionistico dei professionisti che è stato molto importante.
Voi cosa ne pensate, essendo voi membri di SPCC?
LMO:Trovo interessante che questa iniziativa sia nata proprio a partire dall’esperienza degli specialisti di SPS. Lo nominiamo: SPS è lo Studio di Psicosociologia, ha sede a Roma, lavora da anni nel mondo della ricerca e dell’intervento. Fa capo a SPS anche una scuola di formazione in psicoterapia psicoanalitica fondata da Renzo Carli e da Rosa Maria Paniccia, nella quale molti di noi si sono formati, in continuità con il percorso universitario. Gli specialisti, in particolar modo come noi, come me, come Nicola, come i nostri colleghi in SPCC, sentivano il desiderio di una comunità che proseguisse e sviluppasse il lavoro fatto con SPS; è stato anche un modo per manutenere e prendersi cura di quei rapporti venutisi a creare negli anni, con ruoli diversi e generazioni diverse. Nel caso specifico, ad esempio, ho avuto lei come docente; direi che ci sono anche generazioni diverse di professionisti che si incontrano.
FB: Prima di situarmi in Belgio con la mia vita e la mia professione, ho fatto altre tappe di mobilità internazionale. Questo è un fenomeno importante, l’aumento della mobilità è qualcosa che caratterizza la contemporaneità mettendo in campo problemi nuovi nella costituzione di un senso di appartenenza.
Forse, rispetto agli altri colleghi che hanno fatto parte di quel momento fondativo di SPCC di cui vi parlavo, vivendo io all’estero, ho avvertito ulteriormente un bisogno di riconnessione e di azioni che ce lo consentano, facendo di questo un proposito attivo e anche esplicitato, comunicato, come stiamo facendo.
LMO: Questo mi fa pensare anche a quella che è una seconda questione di cui ci sarebbe interessato interloquire con lei. Parlo della crisi dei sistemi di convivenza che stiamo vivendo. Da dopo il Covid in particolar modo, con tutti i cambiamenti economici, politici, geopolitici che stiamo vivendo, in una sempre maggiore e crescente difficoltà di costruire appartenenze, costruire sistemi di convivenza, iniziative come quella di SPCC rappresentano una possibilità, quantomeno per noi come professione psicologica, ma direi non solo; ci siamo detti, infatti, che SPCC ha anche l’intenzione di aprire un dialogo non solo con professionisti psicologi. Detto ciò arrivo alla questione: quale funzione, per lo psicologo clinico e lo psicoanalista, all’interno della crisi che abbiamo nominato?
FB: In modo molteplice. Lei nominava la pandemia come momento che ha segnato l’accentuazione di una crisi in corso da ben più decadi, potremmo dire. Anche il 2008, la tragedia finanziaria del tempo, fu uno scossone poderoso alla fantasia che avevamo di un certo sistema economico e degli elementi di repere che esso ci dava.
La pandemia ha mobilizzato nuove esperienze, questo vi propongo, ha comportato in modo sbalorditivo per tutti noi e con turbamento, una sospensione di quelle routine che costituivano – e a tutt’oggi sostengono – le nostre strutture sociali e di significato. Pensate al non andare al lavoro, al ritrovarci in casa in una convivenza domestica fatta di tante cose insieme, di nuovi spazi dello stare insieme, e al contempo il non poterci muovere, non poter viaggiare. Ecco, la pandemia sicuramente ha rappresentato una propulsione molto forte a chiederci quali sono gli organizzatori del nostro desiderio di vita e di convivenza.
Se pensate appunto alla psicologia e alla domanda di intervento psicologico: i dati ci dicono che è aumentata moltissimo. Pensiamo all’Italia, le consulenze online, l’esplosione delle nuove piattaforme di offerta digitale di consulenza psicoterapeutica. C’è un grande aumento della domanda, o meglio, nuove forme dell’offerta permettono anche il riconoscimento di una grande domanda.
Ma quali elementi la contrassegnano? Ebbene, ho tante fonti da cui traggo questo elemento che, secondo me, è uno dei più importanti da tenere a mente. È l’isolamento delle persone. Le persone sono isolate, hanno sistemi di rapporti, ma non sistemi di relazione all’interno dei quali sentono un’appartenenza, un’implicazione, un coinvolgimento all’interno del quale sono creativamente all’opera nel dar forma al loro stesso sistema sociale.
Costruire appartenenze – un po’ come stiamo facendo qui in SPCC – è un’esperienza politica importantissima. Le persone sono sole, in alcuni casi anche perché hanno alle spalle trasferimenti e esperienze di mobilità che a loro volta sono il portato delle culture individualistiche che hanno animato la nostra convivenza sociale per secoli. Accentuatasi fortemente con gli anni del neoliberismo. Le persone si rivolgono alla psicologia per ritrovare relazioni. Ma come rispondiamo?
Confortando isolamenti o occupandoci di sostenere la ripresa di esperienze di appartenenza? Questo è il punto. A tale riguardo, uno dei propositi di SPCC, tra i vari, con la dimensione di rete, di riconnessione, di riunione che stavamo dicendo vorremmo realizzare, è quello di permettere che la psicoanalisi, risorsa preziosa dentro l’esistenza dei nostri sistemi sociali, operi in una forma molto più integrata con le altre aree dell’intervento psicologico. Quindi dentro una comunicazione pubblica più chiara, più puntuale dei suoi esiti, delle esperienze che hanno luogo all’interno del lavoro psicoterapeutico. Noi speriamo in una relazione di maggiore integrazione politica con i contesti di intervento, con i territori e con altri ambiti di lavoro della psicologia.
Pensate a quante famiglie di origini straniere chiedono l’intervento psicologico per figli che hanno problemi di integrazione a scuola, dentro un assetto per esempio psicoterapeutico o di supporto all’apprendimento; e quanto quegli interventi con i singoli ragazzi fatichino a promuovere una trasformazione sociale, quando invece colgono elementi che sarebbero estremamente significativi dentro una dinamica differente del lavoro. Questo è a mio parere un obiettivo importante.
Rispetto a questo, esprimo un auspicio che forse appartiene a una nuova fase postmoderna. Credo che la psicoanalisi in Italia — come del resto anche in altri Paesi — abbia poco curato un dialogo tra le sue diverse anime.
La psicoanalisi a cui Renzo Carli e il nostro gruppo di lavoro ha contribuito a dar forma si caratterizza per un orientamento molto specifico: affonda le sue radici nella psicosociologia e nell’influenza degli studi culturali che, tra gli anni ’70 e ’80, ebbero grande rilievo in Italia. È una psicoanalisi profondamente interdisciplinare, che si occupa delle culture e delle dinamiche collettive. Una figura importante di questo orientamento è stato Franco Fornari, che è stato anche presidente della Società Psicoanalitica Italiana. Nonostante la Società Psicoanalitica Italiana rappresenti un punto di riferimento, il dialogo tra le diverse prospettive psicoanalitiche resta scarso, e l’interesse reciproco appare limitato.
Personalmente, tengo molto a questo tema, è uno degli ambiti su cui sono al lavoro con maggiore interesse.
Psicoanalisi delle culture, della convivenza, relazionale, delle relazioni oggettuali, lacaniana, sociale, e così via… Sarebbe bello confrontarci di più, riconoscere e discutere più puntualmente le differenze, riflettere sui problemi e sui prodotti del lavoro, dialogando anche con altre discipline, come del resto abbiamo sempre fatto all’interno del nostro gruppo.