Due modi di leggere l’inconscio: Analisi emozionale del testo e analisi lacaniana del discorso
Presentiamo qui un estratto, in traduzione italiana, dell’articolo
di Fiorella Bucci, Katia Romelli & Stijn Vanheule
Lacanian discourse analysis and emotional textual analysis compared: New proposals on articulating psychoanalysis and psychosocial studies
Psychoanalysis, Culture & Society, 27, 163–180 (2022)
Inconscio e linguaggio: tra collusione e non-rapporto
Il confronto concettuale e metodologico tra Analisi Emozionale del Testo (AET) e Analisi del discorso secondo Lacan (LDA) evidenzia, in primo luogo, come entrambi gli approcci concepiscano l’inconscio come continuamente costituito nel linguaggio, ossia all’interno dell’esperienza sociale, non prima né al di fuori di essa. In questa prospettiva, la ricerca sullo sviluppo e sugli usi dei metodi psicoanalitici di analisi del testo e del discorso ha offerto—e può ulteriormente offrire—un contributo significativo alla riflessione sull’articolazione tra psicoanalisi e studi psicosociali.
Accanto a questa convergenza, il confronto mette in luce rilevanti differenze.
Nell’AET, le parole sono indizi di emozioni infinite: attraverso il modo di essere inconscio della mente, le parole che emergono nell’interazione tra i partecipanti organizzano una condivisione affettiva—una collusione—ricca di aspetti di simmetrizzazione e sincronizzazione (con Matte Blanco).
Il lavoro di analisi emozionale di un testo, in tal senso, non è molto differente da ciò che accade entrando in una stavkirke norvegese—richiamiamo qui un lavoro divenuto ormai un classico di Carli e Paniccia (2011)—: ci troviamo di fronte a un insieme di segni, immagini e simboli densi di significato, la cui ambiguità riflette la pluralità culturale da cui provengono, non chiaramente distinguibile e proprio per questo affascinante. Le stavkirker, chiese lignee medievali—poche ancora presenti in alcune foreste—testimoniano un passaggio culturale complesso e conflittuale nella storia della Norvegia: il passaggio dal paganesimo al cristianesimo, avvenuto nell’arco di circa due secoli e carico di implicazioni sociali e politiche, ancora oggi ben rintracciabili nelle emozioni che questi luoghi evocano.
Grazie all’incontro tra inconscio e il linguaggio, il patrimonio semiotico stratificato e complesso legato alla storia culturale di un gruppo sociale si riduce nella contingenza e al contempo rimane attivo e operante nella produzione di significati. Nell’AET—così come nel lavoro clinico nei suoi diversi contesti—elementi significativi di tale patrimonio vengono recuperati e restituiti al pensiero. Questo processo di pensiero, ancora carico di affetti, riattiva la dimensione simbolica attraverso una comprensione al tempo stesso radicata e inedita. In questo senso, i soggetti possono sentirsi parte di un processo culturale e di trasformazione, non come esito di una decisione volontaria, ma come orientamento all’azione che nasce dal riconoscimento del proprio legame con il contesto.
Nell’LDA, al contrario, secondo la prospettiva qui proposta, il rapporto tra inconscio e linguaggio si fonda su un non-rapporto fondamentale. Tale non-rapporto concerne la relazione non armonica tra linguaggio e godimento (jouissance), e trova una particolare espressione nel campo della sessualità. Se negli anni Cinquanta e Sessanta Lacan sottolinea il modo in cui il soggetto si costituisce nel linguaggio attraverso il riconoscimento dell’Altro, a partire dagli anni Settanta egli insiste invece sull’impossibilità di fondare l’esistenza soggettiva su tale riconoscimento.
Il discorso, pertanto, non implica più principalmente riconoscimento e identificazione, ma segna anzitutto l’esistenza di una falla nella rete significante. L’inconscio diventa così, per Lacan, ciò che non cessa di non scriversi nella storia del soggetto: ciò che è rimasto non realizzato nella vita di un individuo e che è destinato a ripetersi. Il fondamento della comunità umana si articola, dunque, attorno a questa impossibilità. Il discorso si configura come un sostituto simbolico di tale impasse: ogni interazione umana si fonda su questo rapporto assente ed è, al contempo, destinata a velarlo attraverso il discorso.
Tuttavia, questo stesso non-rapporto implica anche una spinta creativa: la mancanza che sta alla base di ogni interazione umana diviene condizione di possibilità per processi di invenzione e reinvenzione.