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L’intercultura è un metodo

Il gruppo di lavoro “Convivenze Multiculturali” si sviluppa in SPCC a partire da una riflessione basata sull’esperienza clinica: il tessuto sociale della convivenza ha una matrice multiculturale; comunità con storie di migrazione sono presenti in numerosi territori da generazioni; prassi locali di accoglienza hanno permesso a persone con diverse provenienze geografiche di convivere, talvolta di conoscersi e persino di contaminarsi. Eppure, in molti ambiti dell’esperienza sociale – pensiamo alle scuole come caso più rappresentativo – la presenza straniera sembra cogliere sempre impreparati, perché associata nella cultura locale italiana a una connotazione di eccezione che genera negli attori del contesto un perenne vissuto di urgenza.

Per approfondire la nostra comprensione di tali fenomeni e nel desiderio di promuovere su di essi una riflessione condivisa, abbiamo avviato una ricerca psicosociale, la cui prima fase si basa sulla raccolta di interviste con testimoni chiave. Si tratta di studiosi, operatori, associazioni, professionisti, rappresentanti istituzionali che in vario modo e attraverso differenti risorse culturali ed epistemiche raccontano cosa significa, per loro e dal loro punto di vista, dedicarsi a imparare un altro linguaggio, stabilire una relazione con un mondo culturale diverso dal proprio di origine, dar luogo a un senso di sé e a un interesse umano più grande grazie all’incontro con la diversità dell’altro.

Condividiamo qui un estratto dell’intervista con Antonio Celesia, insegnante, fotografo, studioso della Cina.

[…] Vedo che i ragazzi, le ragazze e i bambini, le bambine a cui insegno sono persone che sono sotto-stimolate sul piano delle relazioni sociali extrascolastiche. Nella scuola dell’obbligo, sono chiaramente obbligati a stare a scuola con bambini di altre culture, compresa quella locale, quindi quella italiana, romana e tutte le sue varie possibilità. Mentre fuori dall’orario scolastico hanno una scarsa possibilità di stare in compagnia esclusivamente con persone che non parlino la loro lingua madre, che è comunque il cinese […] La motivazione forte nell’età dell’infanzia è chiaramente il gioco, lo scambio, le relazioni con i coetanei ed è secondo me lì il nocciolo della questione. Se non c’è questa esposizione è chiaro che qualunque persona che si trova in quella fascia d’età in quelle condizioni ne risente. In più in gruppi di persone come le comunità cinesi di Roma, le quali sono estremamente ben organizzate per rispondere ai propri bisogni dall’interno della comunità, in relazione certamente al contesto più ampio, ma dall’interno della comunità, i loro bisogni spesso vengono assolti lì dentro.

[…] Quindi per me il punto centrale è soprattutto trovare quegli spazi nel fine lezione o all’inizio, prima delle lezioni, e parlare con i genitori; con i genitori disponibili che io incontro, ovviamente.

[…] C’è anche la possibilità di fornire nelle attività extrascolastiche o in quelle estive o pomeridiane, incontri specifici che siano indirizzati a tutti, genitori e figli, in cui si possano svolgere laboratori di intercultura tematici legati alle tradizioni, attività manuali e intellettuali partecipative: collaborative e forse in parte anche competitive, potrebbe essere utile per stimolare la partecipazione e la voglia di comunicare; e attraverso quella chiaramente poi imparare a stare insieme e imparare, apprendere il linguaggio e apprendere quali sono le chiavi, i valori di riferimento delle diverse culture in gioco.

[…] Per quanto riguarda la scuola, io non sono nel sistema scolastico istituzionale, però mi rendo conto che questa attività di sviluppo dell’intercultura spesso è demandata ai singoli dirigenti scolastici e ai singoli docenti; quindi la questione, dal mio punto di vista, è fare in modo che questo tipo di attività possa essere oggetto di formazione attiva da parte del Ministero nei confronti dei docenti.

[…] l’intercultura per me non è necessariamente un fine, è sicuramente un metodo, ed è quello della capacità di non stare solo nelle proprie logiche e solo esclusivamente nella propria sfera valoriale. È il metodo che dà la chiave di lettura aperta, peraltro, all’accettazione dell’altro e al farsi accettare dall’altro. È un metodo di convivenza. Credo che praticare l’intercultura da una parte metta in discussione quelli che sono i canoni valoriali identitari di qualunque cultura che pretenda di essere un blocco unico e immodificabile. Qualunque cultura ha sicuramente dei canoni specifici, ma il fatto che siano riconoscibili non vuol dire che siano immutabili.

[…] probabilmente negli anni di gioventù, in termini meno coscienti, più istintivi ho praticato l’intercultura avendo studiato all’università un’altra cultura, altre culture, in particolare quella cinese. Quello che mi interessava era capirla: potevo condividerla o non condividerla, ma intanto potevo farlo se la capivo. Probabilmente sono diventato anche cinese come sono diventato italiano strada facendo. Ed è per questo che se si coltiva lo spirito critico, quindi la capacità di farsi domande, di non dare risposte automatiche, di coltivare la curiosità, ma anche dei metodi di conoscenza, quindi studiare, ci si forma per appagare e sviluppare la capacità di fare domande ulteriori, migliori di quelle che mi facevo ieri.

[…] una delle domande fondamentali emersa [per me] è stata quella che metteva in discussione il principio di non contraddizione aristotelico – soprattutto grazie al buddismo, all’elaborazione buddista, in particolare cinese – ossia il contemplare la possibilità di essere più cose contemporaneamente. Non perché io voglia mettere da parte il principio aristotelico tout court e del tutto, semplicemente non può essere l’unico strumento e ce n’è un altro molto potente e molto dentro la realtà fenomenica che è quello del E-E, la doppia congiunzione buddista: la possibilità di essere e-e, qualcosa e qualcos’altro. E questa è una ricchezza.

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